Un'altra ricca testimonianza scritta a 4 mani da Thomas Rossetto e Michela Ropele, rispettivamente Mentor - Mentee della 12° Edizione di Mentor&Me. Grazie agli autori per averla condivisa.
Buona Lettura!
Mentoring: Percorsi che si incontrano, non si sovrappongono
C’è un punto che per me resta fondamentale: l’esperienza di chi fa da Mentor non sarà mai identica a quella di chi gli sta davanti. Cambiano i luoghi, le persone, il contesto, le opportunità e, soprattutto, le sensazioni. La propensione, l’attitudine, la predisposizione e l’emotività sono tutte caratteristiche individuali che concorrono a rendere personale ciascun percorso.
Diventa naturale allora chiedersi: cosa può nascere davvero da questo incontro? Fino a che punto i percorsi si intrecciano e dove, invece, prendono direzioni diverse? Il mentoring non è una linea che si sovrappone a un’altra, ma un incrocio temporaneo. Ci si incontra in uno spazio comune fatto di domande, principi, esperienze condivise, poi ciascuno continua con il proprio passo.
Una relazione a doppio senso
Non bisogna dimenticare che il mentoring è una relazione reciproca. Non è uno spazio in cui uno parla e l’altro assorbe. Pensare di poter solo ricevere, senza mettere in gioco nulla di sé, impoverisce l’incontro.
Cosa può offrire chi è all’inizio del proprio percorso a chi ha più anni di esperienza? Molto più di quanto si creda. Ogni domanda autentica costringe chi risponde a tornare sulle proprie scelte, a capire quali insegnamenti siano stati davvero decisivi e quali, invece, siano diventati abitudini mai più messe in discussione.
Scriveva Seneca nelle Lettere a Lucilio: «Scrivendo a te giovo a me stesso». È un’immagine che descrive bene ciò che accade anche nel mentoring: nel provare a chiarire qualcosa per l’altro, si finisce per chiarirla prima di tutto a sé stessi.
Se da questo confronto nasce anche un dibattito, tanto meglio: è proprio questo che arricchisce maggiormente l’incontro. Confronto, infatti, significa letteralmente «mettere fronte a fronte», e, figurativamente, esporsi allo sguardo dell’altro e riconoscere che la verità emerge tra le fonti e non dentro una sola. L’esperienza prende forma e diventa davvero significativa in questo incontro tra punti di vista diversi.
Imparare senza imitare
Bisogna ricordare che il maestro, o mentore in questo caso, non è qualcuno che è “già arrivato”, ma semplicemente qualcuno che cammina qualche passo più avanti. Questo cambia profondamente il senso della relazione: non si tratta di imitare una persona, ma di comprendere i principi che hanno guidato le sue scelte e capire se, e come, possano essere adattati alla propria storia.
L’obiettivo non è creare copie, ma favorire trasformazioni autonome. Interiorizzare non significa replicare: significa tradurre ciò che si è ascoltato nel proprio linguaggio, nel proprio contesto, con la propria sensibilità. Allo stesso tempo, chi accompagna ha una responsabilità precisa: sostenere senza sostituirsi, orientare senza dirigere, offrire strumenti senza decidere al posto dell’altro. Il mentoring funziona quando rafforza l’indipendenza, non quando la riduce, mantenendo il Mentee autonomo nelle proprie decisioni.
In fondo, è questo l’equilibrio più delicato e più prezioso: camminare insieme per un tratto di strada, sapendo che la meta – e il modo di raggiungerla – resteranno sempre una scelta personale.
Tornare sulle proprie scelte
Per me, fare il mentor significa guardare indietro alle scelte che ho fatto. Non per nostalgia, ma per capirle meglio. Raccontarle a qualcun altro mi aiuta a fermarmi e riflettere sul perché ho deciso in un certo modo e come, oggi, rifarei quelle stesse scelte.
Fare il mentor non significa dare risposte pronte. Significa invece far capire il percorso che mi ha portato a quella decisione. Più che dire cosa fare, cerco di mostrare come ci sono arrivato.
Il ruolo del mentee
In questo processo, il ruolo mentee non è mai passivo. Anzi, è proprio lui a far emergere dubbi e domande che, con il tempo, avevo smesso di pormi. Nel lavoro, come nella vita, succede: alcune scelte diventano automatiche e non le mettiamo più in discussione.
Mi piace pensare al mentoring come ad una visita guidata in una casa.
La casa è la mia esperienza lavorativa, dove il mentee vi entra come ospite.
Durante la visita, si guarda intorno con curiosità, cercando qualcosa che possa tornargli utile per costruire e arredare la propria casa.
Il mio compito, in quanto esperto di quella casa, non è dare indicazioni di design, ma raccontare la storia che c’è dentro ad ogni stanza: cosa ha funzionato, cosa ho sbagliato e cosa ho imparato.
Curiosità prima del giudizio
C’è un’idea che, per me, vale nella vita come nel lavoro: è la curiosità che dovrebbe guidarci, non il giudizio. Il giudizio spesso ci chiude a punti di vista diversi dal nostro e ci fa scartare troppo in fretta possibilità diverse da quelle che conosciamo già.
A volte esistono soluzioni altrettanto valide ma, per orgoglio, abitudine o per sfida, decidiamo di non vederle. Sospendere il giudizio non significa smettere di pensare in modo critico, ma concedersi il tempo di esplorare alternative.
Ascolto, chiarezza, fiducia
A mio parere, affinché il mentoring funzioni davvero, servono poche cose, ma fatte bene.
L’ascolto è la prima. Non quello che serve a rispondere in fretta, ma quello che permette di capire quali siano le vere domande dell’altro. Spesso una richiesta pratica nasconde un dubbio più profondo, che ha bisogno di tempo per emergere.
La chiarezza riguarda il modo in cui si racconta la propria esperienza. Significa parlare anche di ciò che non ha funzionato, degli errori e delle scelte sbagliate. È in questi passaggi che l’esperienza smette di sembrare un modello da imitare e diventa qualcosa infinitamente più utile.
La fiducia è lo spazio in cui questo confronto può avvenire. Non è delega né dipendenza, ma la possibilità di parlare apertamente, sapendo che nessuno deciderà al posto tuo.
Il mentoring non deve togliere libertà: il mio ruolo è accompagnare per un tratto di strada, non indicare una destinazione.
Un limite che è anche una forza
Il limite del mentoring è anche la sua forza: non si può trasferire esattamente la “ricetta” che ha portato una persona dove si trova oggi. È proprio in questo spazio che nascono le domande giuste, si condividono principi utili e si crea una trasformazione che resta, inevitabilmente, personale.

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